Karoshi #13
Marzo 2026 / Cosa cazzo scavi che più giù mica ci vai
Non è che uno può sempre stare lì a pensare che crisi venga da un verbo greco che vuol dire - tra l’altro - scelta, come se tutti avessero fatto il Liceo Classico Francesco Petrarca di Arezzo e ne avessero sì tratto il rispetto per le storie ma ne fosse anche stato buttato fuori a pedate con un bel 64 agli esami di stato. Certo che no, uno semplicemente vede che siamo in crisi, crisi ovunque, e si caca sotto. Giusto così.
Se metto l’etimologia in prospettiva con l’immagine donatami dal mio professore di linguistica, il grande Geppi Patota, durante i miei fallimentari anni universitari - secondo la quale “la lingua è come una manciata di sassi che stringi in mano e sfreghi fra loro: si levigano e tendono alla semplificazione” - vien da dirsi: ogni crisi porta ad una scelta. Semplice, dritto, e smette di fare così tanta paura.
In un momento in cui è sempre più evidente che capitalismo e democrazia non possono coesistere (parola di quella geniaccia di Clara Mattei) e ne va della nostra sopravvivenza, penso a come ad una cosa non tanto piccola come l’evoluzione del lavoro culturale possa essere un avamposto per qualcosa di più grande.
Il deplorevole mercato editoriale italiano è spianato, devastato, linciato da settanta anni di azzoppamenti culturali, di mancate occasioni, di volontari affossamenti. La distribuzione è un monopolio criminale, editoria fa rima con eutanasia, il potere politico ed economico della cultura non è mai stato così basso dagli anni ‘40 del Novecento a oggi. Un terzo di questo paese è analfabeta funzionale, secondo gli ultimi dati. Se venti milioni di persone non sanno decodificare un testo e trarne un concetto, gli altri quaranta non stanno meglio perché vittime di bias bioculturali che tendono a semplificare, ridurre, impigrire. Ci siamo bucati il pallone da soli, come si suol dire.
Se l’editoria in generale va male, pensate un po’ a come va il fumetto. Vi siete fatti un giro in libreria di recente? Ne vedete più di scaffali pieni zeppi fumetti? O sono tornati nello scaffalino polveroso nascosto dietro l’angolo dove stavano nel 2007?
Nessuno legge. “Nessuno entra in libreria”, come mi ha detto un editore. Con nessuno intendo troppo pochi per poter sostenere anche solo in minima parte un sistema sorretto da altre risorse (spoiler: il mattone, l’edilizia, gli affitti, le compravendite tengono in piedi il settore - dio benedica i palazzinari). Anche chi può fa altre scelte, vuoi per l’inflazione, la paura del domani, l’interesse in altri medium meno impegnativi: un faticoso libro costa come due mesi di confortevole Netflix. Un fumetto dura poco, a fronte di un abbonamento Amazon che ti permette di risparmiare sul prezzo dei cotton fioc. Ma appunto, scelta.
Ognuno sceglie come vivere la propria vita, come spendere i propri soldi e va bene così (no, non è vero, perché se non leggi non stimoli connessioni, non sviluppi empatia né leghi contesto a contenuto e finisci per votare a destra, ma facciamo finta che vada bene così). Che facciamo adesso che sappiamo che nessuno legge? Perché qualcosa devi fare, se ti arrendi alle circostanze sei solo un patetico pezzo di merda (cit. del vecchio Jimmy.) Dopo il Covid ci siamo trovati in una policrisi: tutte scelte che dobbiamo fare, tutte urgenti, immediate, tutte legate a doppio filo fra loro fra loro, ma il 99% di queste cose sono troppo grandi per una persona sola. Non è riciclare che salverà il nostro mondo, ma instillare buone idee nella mente altrui forse, un giorno, salverà quello di qualcun altro.
Crisi quindi occasione: là fuori ci sono solo macerie e possiamo ricostruire tutto. Escludendo i soliti mezzi editoriali morti, l’autoproduzione la farà da padrona. Le produzioni di scarsissimo valore che allagano un mercato già inesistente spariranno, non valendo l’investimento più la carta Usomano 120 grammi su cui sono stampate. Sarà prateria, sconfinata e meravigliosa, possiamo solo immaginare cosa costruirci e farlo, fuori dai canali conosciuti finora.
Nelle ultime due settimane, sei persone che lavorano in cinque ambiti culturali diversi mi hanno detto: sono in burnout, voglio cambiare lavoro, e anche se non voglio prima o poi dovrò. C’è tutta una riflessione sul lavoro culturale, la cui esistenza è dovuta in gran parte al lavoro volontario, sommerso e gratuito - e che quindi rende l’impegno semplicemente insostenibile - che andrà affrontata, e c’è chi ha cominciato già a parlarne.
Che poi noi ci lamentiamo dell’Italia ma non è che in Francia vada meglio. Cioè, sì, ma perché la cultura è un’economia sostenuta dal governo. Però, insomma. (Per chi fa il lavoro di fumettista la Francia è l’El Dorado, o almeno lo è stata per gli ultimi 50 anni).
E questo perché l’editoria francofona ha le stesse dinamiche di quella italiana, anche se meno tossiche (quel 20% per distribuzione ride del nostro 65-70%) però problematiche e ovviamente insostenibili in un momento in cui c’è uno shift culturale potentissimo le cui implicazioni sono di difficile previsione.
Dobbiamo. Cambiare. Tutto.
Ci guardiamo intorno e se non siamo all’alba della WWIII siamo almeno all’inizio di una crisi energetica che alzerà verticalmente i prezzi di tutto. Le persone avranno bisogno di storie di qualità che rendano la loro vita un po’ meno uno schifo, a prezzi bassi, quindi cominciando a far detonare dal nostro orizzonte visivo quello schifo infame e camorristico che è la distribuzione, iniziamo a prendere decisioni dal basso, in comune, in piccole, piccolissime comunità, e sperimentare sistemi alternativi. Sarà faticoso, dovremo prenderci la responsabilità della nostra presenza sul mercato, bypassare mezzi di produzione già lì, pronti e confezionati, e trovarne di altri, di nostri, e poi comunque continuare a fare quello che sappiamo fare meglio: raccontare storie. Il tutto mentre lavoriamo per la Francia, che ci terrà in vita finché sarà possibile.
L’editoria è morta, viva la pataeditoria.
Di questo mondo futuro e futuribile fa parte Bricòla, festival che si tiene sabato 28 e domenica 29 a Milano, dedicato all’autoproduzione, quest’anno ospitato da La Casa dei Giochi (dopo la criminale chiusura del bellissimo Spazio Wow). Ci vediamo lì con Mammaiuto, solo domani, dalle 14h00. Avremo i nostri ultimi libri - fra cui il mio Buongiorno Amore Terribile.
In quanto ad autoproduzione, Mammaiuto c’era già con tutte le scarpe nel 2011. Quando posso lavoro per tutte le realtà scevre dalla visione zombie/editoriale, se poi è casa mia, non vedo l’ora di imbenzinarla il più possibile con quello che mi sembra sia buon fumetto. Che poi è appunto uscito sul sito il secondo episodio di Bottomless Wonders.
Dalla Revue, leggere appena potete La Capitale del Gas di Andrea Turco, Marta Silvestre e Amina Pagnozzi. Si ricollega a tante cose che accadono nel mondo in questo momento. Non fatevi fregare dalle news, state sulle notizie.
Sapete perché la Revue funziona da 5 anni e sempre meglio e abbiamo sempre più abbonati? Perché vendiamo a chi non legge fumetti. Fa riflettere no? E anche perché ci stiamo allontanando sempre di più dalle logiche editoriali tour court. Per scoprirci o stenerci, da ieri: nuova offerta che scade il 31 marzo, sbrigatevi per l’amor di dio, che vi regaliamo tutto il pack anno uno.
Giusto anche parlare non solo di crisi ma anche dei suoi effetti. Risultato di un’evidente crisi di qualità e discernimento critico: disegnato da dio da Bilquis Evely, Supergirl - la donna di domani è UNA MERDA SENZA APPELLO, Tom King un borioso pieno di sé, sopravvalutato, privo di idee originali, noiosissimo, sussiegoso, pedante, logorroico, lento. Ma il problema non è lui che scrive questo schifo, ma la credibilità che gli viene elargita da editori e critici. Imbarazzante. Chi me le ridà queste ore? Ci ho creduto fino in fondo ed è venuto fuori che semplicemente ho scelto di viverle male, che rabbia.
Di Maestri di Niente, l’ultima puntata uscita mercoledì: cameo del cagnolone Ari e di venti altri animali (tipo un piccione che ci sfiora la testa e di cui sul momento non mi ero accorto). Sullo sfondo, un bel boscone verticale. Siamo veramente degli scappati di casa, sarà per questo motivo che parliamo di Randagi (Irandagi to Kusa) di Keigo Shinzo, e di Peacemaker, serie TV di James Gunn che affronta il trauma e la mascolinità tossica con uno stile unico.
Da ballare, un capolavoretto che mi riporta al danzereccio 2009 per scegliere di fare headbanging con serenità in faccia al disastro: Get Moma A House di quei pazzi in culo di svedesi che sono i Teddybears. Pezzo cla-mo-ro-so.












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