Karoshi #24
Giugno 2026 / Crepano le stelle, figuriamoci noi
Cosa raccontiamo in questi anni?
Uno, reboot e reboot di reboot. Le idee sono finite, anche se non dovrebbe essere possibile. L’inconscio collettivo è messo male… ma così male? Oppure non c’è più voglia né spazio né coraggio per rischiare tempo né soldi. Il campo si è allargato e i player che si contendono la nostra attenzione sono troppi. Meglio andare sul sicuro.
Due, revival. Immersioni in nostalgie da millennial. Chi ha il potere di imporre la propria immaginazione e di raccontare oggi ha una visione edulcorata del passato che ha vissuto 20, 30 anni fa e ha lo spazio economico per riviverlo.
Tre, horror. Dobbiamo esorcizzare le tensioni sociali e la catarsi è sempre utile per sbollire. Si sa: i picchi di popolarità dell’horror, letterario e cinematografico, sono stati subito prima e durante le più importanti guerre mondiali...
Quattro, i multiversi. Il modo più pigro di trovare la fantasia senza pensare ad un futuro, anche perché non vediamo un futuro, davanti a noi non c’è niente, quindi guardiamo a lato. Come sarebbe potuta andare? Come andrebbe altrimenti?
Cinque, gli immancabili sequel. Si chiude il cerchio con i reboot: invece che creare fa zero nuovi mondi più contemporanei, sfruttiamo IP (intellectual properties) con gli stessi personaggi, strutture, messaggi. Facciamo affezionare lettori e spettatori e portiamoli per sempre negli stessi posti, tanto gli piacciono, che male può fare?
Eppure raccontare storie è muoversi, una passeggiata, una corsa, un percorso in bicicletta in un posto strano che non conosci e che risuona di qualcosa di futuro, per poi capire di essere noi stessi il mezzo, l’orizzonte, lo scopo, la valigia, il suo contenuto, quello che cerchiamo. In poche parole noi siamo il viaggio, come direbbe l’amico Michele.
Quella grande cagata che l’autodeterminazione-a-tutti-i-costi, chiamata anche individualismo capitalista, titilla il nostro superego già ipertrofico a causa di 20 anni di social network, mentre siamo soppressi e compressi da una saturazione assoluta di informazioni e cerchiamo di ricordarci com’era vivere sotto covid - nonostante sia in corso da quattro anni un’autorimozione mnemonica di massa, che fa tanto comodo al Capitale.
Quando sei in coda, sei parte della coda, anche in una società atomizzata dalla stessa globalizzazione che ha ucciso le unicità e le specialità di un mondo, permettendo al nord di ingrassarsi sempre più a spese del sud, con la scusa che il pianeta è tutt’uno - fino a quando non parliamo di confini e leggi e tasse.
Si dice che la morte delle ideologie sia compiuta con la caduta del muro di Berlino, ma la sposterei più avanti fino all’11 settembre 2001 e alla crisi economica del 2008. Quei traumi sono ancora dentro di noi, profondissimi, e li vediamo nelle storie che raccontiamo e come si rapportano al mondo intorno. Che poi, col cazzo, quella è solo l’evidenza della fine delle ideologie. Il nostro mondo è finito quando la finanza ha preso possesso degli stati e adesso coesistono due dimensioni, vere, reali, palpabili: quella delle persone normali, in cui i più fortunati pagano le tasse, i meno fortunati fanno di tutto per sopravvivere perché altrimenti non possono fare, presi in scacco da un sistema che non ti dà scelta. L’altra dimensione è quella degli ultraricchi, una manciata di esseri umani, poche centinaia, che non paga le tasse e vive a nostre spese, consumando tutto il consumabile, con la certezza di passare il privilegio ai parenti più prossimi.
C’è tutta una dimensione civile e politica delle fasce più giovani che ignoriamo totalmente, a differenza di una giustissima sensibilità climatica e sociale. L’internet ha portato anche un’altra cose: un gran casino fra civile e sociale. Per la prima volta nella storia un supporto (lo smartphone) ti da la parvenza di usare il tuo corpo, di avere un effetto sul mondo, senza davvero averlo. Un cortocircuito che è stato quasi ingannato dal genocidio a Gaza, dove tanti erano shockati perché il loro condividere storie su Instagram non fermava in effetti le bombe degli israeliani. Pazzesco! Ma poi ci ricaschiamo, e più vecchi siamo meglio ci ricaschiamo. E fa paura la verità: che non abbiamo il controllo di niente. Terrore puro del fatto che non è fare la raccolta differenziata che salverà il mondo e non sarà un combattimento finale con un qualche cattivone che riassume tutta la malvagità universale a sconfiggere il nostro malessere - mentre le storie che ci raccontano e ci convincono che così sia.
Questo fa la paura oggi: ti porta lontano dal mondo, dalla voglia di combattere anche solo con le armi intellettuali. I risultati: nessuna cultura visiva; pochissima narrativa pura e pionieristica; leggere non è cool, non fa parte del quotidiano; disabitudine alla fatica creativa.
Le prospettive sono non sono limmpide ma una cosa la possiamo fare: raccontare al meglio possibile storie nuove che ci rappresentino la parte migliore di noi stessi, del mondo e che provino a cambiarlo.
Non c’è davvero altro da fare.
Tutto è andato bene, sono tornato a Torino dopo essere sballottato in lungo e largo per l’Italia per la docenza di Oltre Il Segno a Bari, del Mimaster a Milano e del festival Fandango Live a Lecce. Due settimane in tour, a dir poco dinamico. Sono stanco ma soddisfatto. La verità è che è stato fantastico, ma il fatto che invecchio e ci metto di più a riprendermi dalle sbronze mi inceppa il giudizio.
Nel frattempo sono stato ospite di quel programma radio bellissimo che è Bande Distorte, in cui non facevo una comparsata dal 2019. Abbiamo parlato del primo libro di È Successo Un Guaio e di Buongiorno Amore Terribile. Se volete sentire la puntata e miei sproloqui, sul sito di Radio Onda D’Urto è archiviato un file in bassa fedeltà sempre disponibile, mentre sulla pagina Soundcloud c'è un file di ottima qualità disponibile per alcune settimane. Buon ascolto!
Appuntamenti del weekend: questo sabato, 20 giugno 2026, sarò ospite del festival Salvezza della Scuola Comics di Torino in collaborazione con SOS Mediterranee Italia. Giornata ricca di eventi, talk, mostre, djset, con evento finale al Comala. L’evento è gratuito e aperto a tutti. Io di persona personalmente (come direbbe Catarella) ho un talk alle 12h00 con Miguel Vila, moderati da Jacopo Masini.
Il giorno dopo, domenica 21, proprio al solstizio d’estate, mi trovate a Open Baladin a Piozzo, a bere ottima birra e tenere un banchetto con i volumi Revue e Mammaiuto - in occasione dell’annuale giornata Foodmetti.
Su Mammaiuto da leggere: l’ottavo episodio de Il Premio. Uno dei più lunghi e intensi che Sam mi abbia scritto. Ci sono anche alcune delle tavole di cui sono più orgoglioso. Con la produzione siamo a metà del libro, che uscirà in cartaceo per Mammaiuto a primavera 2027.
Notizie dalla Revue: è in arrivo agli abbonati e in tutte le librerie d’Italia il numero 17 cartaceo. Ma per chi ci chiede sempre del digitale, siamo in promo: il numero 17 da oggi è scaricabile dal nostro sito sia se ordini il numero singolo che l’abbonamento. Se ti abboni entro il 21 giugno, oltre al nuovo numero riceverai anche il numero 16 in omaggio. Non male.
Di Maestri di Niente, da sentire uno degli ultimi episodi, in cui parliamo con Frekt di due pietre miliari della fantascienza e della musica: il capolavoro della soft sci-fi Hyperion di Dan Simmons e la leggendaria trilogia discografica di Lucio Dalla ( Com'è profondo il mare, Dalla, Lucio Dalla ). Puntata che abbiamo registrato presso la Biblioteca Oglio di Milano (grazie sistema Bibliotecario di Milano, spacchi di brutto!)
Da leggere in prosa: Past Tense di Lee Child, in Italiano Il Passato Non Muore, edito da Longanesi. Ventitreesimo libro della serie Jack Reacher, ma primo in assoluto per me, mi è piaciuto molto. Struttura bislacca, con un sacco di palle curve e vicoli ciechi, certo è come una puntata di un serial pop e consolatorio, ma è davvero pieno di tensione. E sopratutto è divertente, i personaggi sono intriganti, le due linee narrative del romanzo si intersecano in modo casuale ma stranamente sensato. Più bislacco (in senso positivo) di quello che mi immaginavo. Lee Child, che al momento è in pensione e ha lasciato la saga da milioni di copie vendute da scrivere al fratello, in questo romanzo mette Reacher di fronte ad un bivio (letterale) che lo porta a scoprire il passato del padre mentre due ragazzi, intrappolati in un motel che non lo è (?) finiscono prede di una caccia assurda. Letto in lingua originale è davvero godurioso.
Da ballare: non un pezzo ma un’intera boiler room del mio adorato Acid Paulie, due ore e passa messe in piedi a Tulum, nella giungla messicana, 11 anni fa. Mi sa che ne riparliamo di Acid Paulie, intanto buttate giù il mescal e pronti a sudare.













