Karoshi #7
Febbraio 2026 / Alberi in mezzo alla luce
L’altro giorno scorrendo Substack - un Tumblr che fa Twitter (quello vecchio) con un’estetica un po’ Mubi e ci trovo un sacco di lentezza e bellezza, fino all’entropica e sicura inshittification - e insomma su Substack mi sono imbattuto (di nuovo) nel concetto di komorebi con tante belle foto su pellicola, con la grana poetica che ti fa sentire tutto caldino di emozioni nel cuoricino.
Komorebi: termine giapponese che “descrive la luce del sole che filtra attraverso le foglie degli alberi, creando un effetto visivo di macchie luminose e ombre danzanti” (grazie Wikipedia, letteralmente primo click) e mi fa pensare a come l’essere umano debba riempire gli spazi, riempire tutto, ma proprio tutto dioc*an. C’è un posto vuoto? Ci metto roba, lo etichetto, lo riempio anche solo di significato. L’umana mente non può lasciare che ci sia semplicemente niente, no, deve riempire, stantuffare la realtà, tanto ha paura dell’assenza e del vuoto e della mancanza. Quindi vede spazio tra foglie e luce che ci passa e sbam, goduria, un concetto nuovo, un gioco di luce, un intrattenimento garantito e uno spazio riempito.
Che poi, fosse per me, pubblicherei direttamente gli storyboard.
Qui due tavole da Delusi Dalla Preda (che vale anche come consiglio di lettura Mammaiuto), “uno di quelli buoni”, come diceva Bukowski di quelli che gli piacevano. Libro che nasce da una rabbia importante. Uscito nel 2022, ci ho lavorato davvero sotto pandemia, dal 2020, ma lo storyboard l’ho fatto nel 2018, in due mesi scarsi, estivi e caldi. Nello storyboard (che alcuni chiamano layout, ma non è esattissimo) c’è già tutto quello che serve per raccontare la storia, il resto è performance.
Se komorebi è escavazione - quello che rimane esclusa la materia, anzi all’incrocio fra la materia e la sua mancanza, a cui diamo significato e che gonfiamo di senso - il fumetto funziona in modo simile: riempiamo di contenuto e valore e azione la mancanza di segni che registriamo come una realtà, come risultante del patto fra chi racconta e chi legge. Il fumetto funziona nello spazio bianco, fra una vignetta e l’altra, stimolando la closure e facendone un linguaggio attivo.
Un po’ alla Carmelo Bene, per cui la parola scritta è lettera morta e il recitarla non è verità teatrale, penso che lo storyboard- sfrondato il fumetto di tutti gli orpelli che lo rendono editoriale, disossato quindi dal il bel segno, dalla vendibilità, dalla piacevolezza visiva - resta ciò che deve fare in purezza: comunicare, senza rinunciare a tutte le regole del suo linguaggio, linee narrative, accumuli di outline, balloon placing, storytelling visivo.
Lo storyboard si innesta all’incrocio fra testa, istinto e artigianato. È equilibrio primigenio, è armonia, è esplosione di senso, è il bambino non ancora ingabbiato nelle regole sociali, è il gatto selvatico non ammansito, è l’autorə che mette in gioco sé stesso contro sé stesso, al netto della capacità personale di disegno.
Il concetto della Qualità Totale prevede che la foresta sia sempre più importante dell’albero (semplifico e parafraso, ci ritorneremo su) e in questo senso è difficile spiegare la potenza di controllo che provi in fase di storyboard.
In quello fatto per Solar! - progetto fichissimo in collaborazione con gli amici di Ecodynamics Group dell’Università degli Studi di Siena in un glorioso 2019, che si basa sulle ricerche sull’Emergy - l’incastro di elementi porta a tutti gli altri elementi di evidenziarsi. Col senno di poi, vedo un sacco di tangenze nei definitivi. Che dolore.
Mooned #79. Contesto: dopo 78 strisce con la stessa inquadratura, a camera fissa, siamo nella caverna oscura, Rico deve rendersi pian piano e al contempo brutalmente conto delle illusioni che lo tengono aggrappato alla luna e alla speranza, per poi liberarsene e diventare finalmente attivo. Quindi STACCO su un PDV/POV di Rico. Lo storyboard dev’essere leggibile prima di tutto per te, autorə.
È uno step lavorativo. Volendo per l’editor, l’editore, per il letterista. Ma questa è la fase in cui l’egoismo premia. Solo tu sai quello che fai e come lo fai. Nello storyboard dài la precedenza a te stesso, ma prima di tutto alla storia.
Qui leggi la striscia definitiva.
Qualche tempo fa ha chiuso Logos, è stata una bella botta, e mettevano in offerta tutta la collezione delle opere di Lorenzo Mattotti, io e Giusy ce la siamo acchiappata al volo. I contenuti extranarrativi e i bonus redazionali sono curati e ghiotti, e ci sono un bel po’ di storyboard che mi fanno volare. È negli studi che vedi quanto quel mostro di Mattotti sia gigantesco, nella prima idea, nel primo gesto, nelle bozze. Fra tutti, Fuochi rimane un must-read.
Sul sito di Innovacomix, festival di fumetto di Lugano dove mi troverete dal 27 febbraio al 1 marzo, si può leggere una bella disamina su È Successo Un Guaio, che a quanto pare è Cigno d’Argento, quindi in corsa per il Cigno d’Oro con altre 27 opere.
Lunedì è uscita una puntata di Maestri di Niente a cui teniamo molto, parliamo di Una Questione Privata di Fenoglio e di Ultimates di Millar & Hitch. Storie di Resistenza per un momento storico preciso. In regalo: un mio rant contro l’ultimo film di Jim Jarmush, che ho detestato.
Consiglio di lettura de La Revue: La Crociata dei Bambini di Andrea Coccia e Giovanni Gastaldi. Komorebi milanese in cui al posto delle foglie e degli alberi ci sono le fottute automobili.
In chiusura, pezzo consigliatomi da Giorgia Casetti: Timberlake di Knox. Dura poco, arriva subito, è zarrissima e smooth, da spararsi di notte mentre sfrecci in Lamborghini sulle strade di L.A., indossando un cappellino debole, con i neon stradali che fanno brillare la tua collana. La Casetti dice che è ottima anche per la pole dance.
—LP













